03 Ott Cosa vede davvero chi ti guarda il cuoio capelluto da vicino?
Teresa ha 58 anni, per trent’anni ha insegnato matematica alle medie, ora passa le mattine in biblioteca a sistemare scaffali e a consigliare libri. Una domenica, mentre intreccia i capelli alla nipote davanti allo specchio del corridoio, nota qualcosa: la riga in mezzo alla testa le sembra più larga di come la ricordava. Non è un pensiero che la spaventa. È più simile a un numero che non torna in un conto, qualcosa che vuole solo capire.
Decide di farsi dare un’occhiata da chi se ne intende. Si aspetta il solito controllo a occhio nudo, magari con le dita tra i capelli. Invece lo specialista le appoggia sulla testa una specie di piccola telecamera, collegata a uno schermo. «Questa è una videodermatoscopia», le spiega. Teresa guarda lo schermo e resta sorpresa: non vede più «capelli», vede un paesaggio. Pelle, piccole aperture, peletti sottilissimi, puntini di colori diversi, tutto ingrandito come non l’aveva mai visto nemmeno avvicinandosi allo specchio.
Più di una lente d’ingrandimento
La prima domanda di Teresa è ovvia: «Ma non basta una lente qualsiasi?». No, ed è qui il primo segreto dello strumento. Normalmente la luce che rimbalza sulla pelle e sui capelli crea riflessi che confondono i dettagli, un po’ come guardare dentro una vetrina di giorno: si vede soprattutto il riflesso, non quello che c’è dietro il vetro.
Il dermatoscopio usa invece una luce polarizzata, cioè filtrata in modo da eliminare gran parte di quel riflesso. Quello che resta visibile non è più la superficie lucida, ma ciò che sta appena sotto: l’apertura dei follicoli, cioè le piccole radici da cui nasce ogni capello, il colore della cute intorno, lo spessore di ogni singolo pelo rispetto a quello vicino. Questo modo di osservare cute e capelli con il dermatoscopio ha anche un nome preciso: tricoscopia.
Un paesaggio fatto di segni piccoli
Sullo schermo, Teresa nota dei puntini gialli sparsi qua e là, e alcuni più scuri, quasi neri. «Cosa sono?» chiede. Lo specialista le spiega che ogni colore racconta qualcosa di diverso: i puntini gialli sono spesso piccoli accumuli di sebo dentro follicoli che in quel momento non stanno facendo crescere un capello; quelli neri, invece, sono capelli spezzati proprio all’altezza della cute. Anche lo spessore conta: capelli via via più sottili uno accanto all’altro raccontano una storia diversa da capelli tutti simili tra loro ma più radi.
Non sono dettagli da catalogo. Una revisione pubblicata sull’International Journal of Trichology descrive la tricoscopia come uno strumento semplice, non invasivo, utile proprio per leggere insieme questi segnali e distinguere situazioni che a occhio nudo si somigliano molto, come un diradamento che matura nel tempo da una perdita più improvvisa legata a un periodo di stress, oppure per riconoscere per tempo una chiazza di alopecia areata, cioè una perdita di capelli localizzata. In uno studio condotto in un centro di dermatologia in India su persone con questa condizione, proprio i puntini gialli sono risultati tra i segni più frequenti e più legati a quanto la chiazza fosse attiva.
Teresa ripensa a tutte le volte che aveva guardato la sua riga nello specchio di casa, cercando di «leggerla» a modo suo. Capisce ora perché le risultava così difficile: a occhio nudo, quei dettagli semplicemente non si vedono.
Niente aghi, solo uno sguardo più attento
L’altra cosa che la sorprende è quanto sia semplice, per lei: non sente nulla, non c’è alcun ago, nessun prelievo. È più simile a farsi fare una fotografia molto ravvicinata che a una visita medica in senso stretto. Proprio per questo questo tipo di immagine si presta anche a essere confrontata nel tempo: non un giudizio dato una volta per tutte, ma uno sguardo che può tornare dopo qualche mese, sulla stessa zona, per vedere se qualcosa è cambiato.
Alla fine dell’incontro, Teresa guarda di nuovo la foto della sua riga, ancora ingrandita sullo schermo. Non è cambiato nulla nei suoi capelli da quando è entrata in studio. È cambiato però quello che lei adesso sa vedere: non più un vago sospetto davanti allo specchio di casa, ma un’immagine con un senso, raccontata da chi sa leggerla.
Capire davvero cosa sta succedendo a cute e capelli richiede proprio questo: guardarli da vicino, con lo strumento giusto, e parlarne con calma. È quello che succede durante l’analisi tricologica avanzata, dove Alessio Sette , tecnico tricologo cosmetico, osserva cute e capelli insieme a chi li porta, prima di dire qualsiasi cosa. «Prima si osserva. Poi si interviene», si dice spesso in studio: se ti va di farti un’idea più precisa di cosa stia succedendo ai tuoi capelli, qui sotto trovi un breve test da cui partire.