Quei nomi impronunciabili sul retro dello shampoo

Ti è mai capitato di girare il flacone dello shampoo sotto la doccia e di fermarti a leggere quella lista infinita di nomi? Aqua, poi qualcosa che finisce in «-sulfate», poi parole lunghissime che sembrano tutte uguali.

Quella lista si chiama INCI ed è semplicemente l’elenco degli ingredienti, scritto con gli stessi nomi in tutta Europa. La buona notizia è che non devi capirla tutta. Bastano tre o quattro cose per farti un’idea abbastanza onesta di cosa hai in mano.

L’ordine conta più dei nomi

La regola più utile è anche la più semplice: gli ingredienti sono scritti in ordine di quantità, dal più presente al meno presente. Questo vale finché si resta sopra l’uno per cento; sotto quella soglia possono comparire in ordine libero.

Tradotto: i primi nomi sono quelli che stai davvero usando. Quelli in fondo sono spesso poco più di una presenza. Così, se un ingrediente «nobile» — un olio, un estratto di pianta, il nome che campeggia sulla parte davanti del flacone — compare in coda alla lista, dopo il profumo, è lì più per l’etichetta che per la tua cute.

Quasi sempre il primo nome è aqua, cioè l’acqua. Il secondo, di solito, è il detergente. Ed è lui il vero protagonista.

Il detergente è il cuore della formula

Uno shampoo contiene in genere da dieci a trenta ingredienti, ma quello che lava davvero è uno, al massimo due. I più diffusi sono i detergenti che nell’INCI finiscono in -sulfate: tolgono benissimo il sebo e lo sporco, fanno molta schiuma, e proprio per questo sono anche i più energici. Su una cute tranquilla non sono un problema; su una cute che si secca o si arrossa facilmente possono risultare pesanti.

Accanto a loro trovi quasi sempre un secondo detergente, più gentile: nomi come cocamidopropyl betaine o parole che contengono glucoside. Non sono lì per caso: servono proprio ad ammorbidire l’azione del primo. Come regola spannometrica, più il detergente delicato sale nella lista, più la formula è morbida.

E gli shampoo «senza solfati»? Qui serve onestà: la letteratura scientifica sui cosmetici li descrive semplicemente come formule costruite senza quel tipo di detergente, e segnala che mancano analisi pubblicate che ne confrontino davvero potere lavante e delicatezza. «Senza solfati» non vuol dire automaticamente più rispettoso, né meno efficace. Vuol dire diverso.

Se la cute ti si arrossa spesso

C’è una parte dell’etichetta che riguarda poco i capelli e molto la pelle sotto: conservanti e profumo. Sono quantità piccolissime, quasi sempre in fondo alla lista, eppure sono gli ingredienti che più spesso danno reazioni da contatto.

Una revisione pubblicata nel 2026 su una rivista internazionale dedicata alle dermatiti da contatto, che ha messo insieme più di cento studi su persone già in cura per problemi di pelle, conferma che i conservanti della famiglia degli isotiazolinoni (nell’INCI li riconosci perché contengono la parola isothiazolinone) restano tra le cause più frequenti di allergia da contatto, anche se negli ultimi anni le regole più severe stanno facendo scendere i numeri.

Curiosamente, tra i nomi che compaiono più spesso nelle liste degli allergeni degli shampoo c’è anche la cocamidopropyl betaine, cioè proprio il detergente delicato di cui parlavamo. È un buon promemoria: «delicato» non significa «mai» un problema, per nessuno. Significa solo che per la maggior parte delle persone lo è meno.

Se noti rossore, prurito o desquamazione che tornano sempre, vale la pena guardare prima di tutto lì, tra conservanti e profumo, e provare qualche settimana con una formula che non li contenga. Se il fastidio è persistente, doloroso o a chiazze, parlane anche con un medico: esistono test specifici per capire se c’è un’allergia e a cosa. Se ti interessa il modo in cui si osserva la cute da vicino, puoi vedere come lavoriamo qui.

Quello che l’etichetta non può dirti

Ultima cosa, forse la più importante. Chi studia i cosmetici ripete da anni un concetto che il marketing tende a nascondere: conta più come gli ingredienti lavorano insieme che il singolo nome sulla lista. Non esiste la molecola magica che trasforma i capelli, e non esiste l’ingrediente che da solo rovina tutto.

Per questo il miglior giudice resta la tua testa dopo tre o quattro settimane: la cute tira? prude? i capelli sono gestibili il giorno dopo il lavaggio? L’INCI ti dice cosa c’è dentro al flacone. Non può dirti come risponde la tua cute, perché quella è solo tua.

Ed è anche il motivo per cui, in studio, prima di consigliare qualunque cosa guardiamo: nell’analisi tricologica avanzata si osservano cute e capelli con gli strumenti e se ne parla con calma insieme ad Alessio Sette, partendo da quello che c’è, non da quello che si immagina. Prima si osserva, poi si interviene. Se ti va di capire come funziona, trovi tutto spiegato; e qui sotto c’è un breve test, se intanto vuoi farti un’idea.