01 Nov Stessi capelli nello scarico, due storie diverse
È domenica, il pranzo dalla mamma è finito e Anna e Silvia stanno asciugando i piatti. Anna ha 46 anni e un panificio in Borgo San Paolo: si alza alle quattro da vent’anni. Silvia ne ha 41 e guida gli autobus in città, con turni che cambiano ogni settimana. A un certo punto Silvia, quasi sottovoce, dice: «Ultimamente nello scarico della doccia trovo un sacco di capelli».
Anna posa lo strofinaccio. «Anche io. Pensavo di essere l’unica.» In dieci minuti hanno già deciso: compreranno lo stesso shampoo rinforzante, quello della pubblicità. Il problema è lo stesso, quindi anche la soluzione, pensano.
Fermiamoci un attimo in quella cucina. La frase «mi cadono i capelli» è identica, ma dietro ci potrebbero essere due storie molto diverse.
Quando due cadute si somigliano
Pensa alla tosse. Quella del raffreddore e quella dell’allergia al polline, sentite dall’altra stanza, sono uguali. Eppure nessuno prenderebbe la stessa cosa per tutte e due senza prima capire da dove arriva.
Con i capelli succede qualcosa di simile. Una caduta diffusa può essere una fase passeggera, magari arrivata qualche mese dopo un periodo pesante o una febbre alta. Oppure può essere un diradamento legato alla predisposizione familiare, che all’inizio si presenta in modo simile ma segue tutt’altra strada. Allo specchio, e nello scarico, si assomigliano parecchio.
Qui entra la tricoscopia, cioè l’osservazione ingrandita di cute e capelli. Come funziona ne abbiamo già parlato; qui mi interessa perché viene prima di tutto il resto.
Uno studio uscito quest’estate su una rivista medica internazionale lo mostra bene. In un reparto di dermatologia hanno seguito duecento persone con perdita di capelli: dopo la visita il medico annotava la sua ipotesi, poi guardava con la tricoscopia. Nella grande maggioranza dei casi l’ipotesi veniva confermata. In qualcuno, però, cambiava. Alcune cadute che sembravano passeggere si sono rivelate un diradamento legato alla predisposizione. E un paio di chiazze che sembravano di un tipo erano in realtà un’infezione da funghi, che va affrontata in tutt’altro modo.
Sono pochi casi, è vero. Ma per chi ci si trova dentro vuol dire evitare mesi passati a fare una cosa che magari con il problema non c’entra nulla.
La foto di oggi serve anche domani
C’è un secondo motivo: le immagini raccolte la prima volta diventano un punto di partenza.
Se hai mai provato a capire se una pianta sul balcone sta crescendo, sai com’è: la guardi ogni giorno e ti sembra sempre uguale. Poi ritrovi una foto di qualche mese fa e la differenza salta fuori. Con i capelli è ancora più difficile, perché la luce del bagno cambia, la piega cambia, e cambia anche l’umore con cui ci guardiamo.
Con la tricoscopia si può fotografare sempre lo stesso punto della testa e riguardarlo ai controlli successivi. Così, invece di chiederti «mi sembra che vada meglio?», si mette a confronto quello che c’era con quello che c’è. E si capisce se la strada scelta sta dando qualcosa o se conviene ripensarla.
Un altro lavoro, pubblicato su una rivista di dermatologia, ha verificato proprio questo in persone con diradamento legato alla predisposizione: le immagini scattate prima e dopo nella stessa piccola zona si sono dimostrate un modo affidabile per seguire i cambiamenti. Con una precisazione onesta, però. I risultati erano molto più precisi quando a leggere le immagini era qualcuno con esperienza. Quindi conta lo strumento, ma conta anche chi lo usa. Se ti chiedi come lavoriamo noi su questo, te lo raccontiamo qui.
Quello che la lente non vede
La tricoscopia ha anche dei limiti, ed è giusto conoscerli.
Alcune cause della caduta sulla cute non lasciano traccia. Una carenza di ferro o un problema alla tiroide, per esempio, si scoprono con gli esami del sangue, che prescrive il medico. Nello studio di prima, infatti, gli esami venivano chiesti in modo mirato, proprio in base a quello che era emerso dall’osservazione.
Poi ci sono le cadute passeggere, quelle che arrivano dopo un periodo difficile. Lì conta moltissimo la storia: cosa è successo nei mesi prima, come dormi, se c’è stato un intervento, un lutto, una dieta drastica. Chi studia questo tipo di caduta lo scrive chiaramente: di solito nessun esame, da solo, basta a confermarla. Per questo un’analisi fatta bene comincia sempre da una chiacchierata, e solo dopo arriva la lente.
E ci sono casi, pochi, in cui le immagini non bastano a decidere e serve una biopsia, cioè il prelievo di un pezzettino di cute da far analizzare in laboratorio. È una cosa che spetta al dermatologo. Nello studio delle duecento persone è servita a sciogliere il dubbio solo in pochissimi casi, ma lì ha dato la risposta che le immagini non potevano dare.
Se poi la caduta è improvvisa, a chiazze, o si accompagna a prurito forte o dolore, conviene farla vedere con calma anche a un medico.
Torniamo in quella cucina
Immagina che una delle due sorelle, prima di uscire a comprare lo shampoo, si fermi sulla porta: «E se le nostre cadute non fossero la stessa cosa?».
Magari quella di Silvia ha a che fare con i turni, che le hanno scombinato il sonno. Magari quella di Anna ricorda il diradamento che la nonna aveva sulla riga. O magari è il contrario. Nessuna delle due può saperlo guardando lo scarico della doccia, e nemmeno guardando la testa dell’altra.
Il sintomo è lo stesso, la strada magari no. E per scegliere quella giusta, prima bisogna guardare da vicino.
È quello che facciamo in studio con l’analisi tricologica avanzata: si osservano cute e capelli con gli strumenti, si conservano le immagini per i confronti futuri e poi se ne parla con calma insieme ad Alessio Sette, senza conclusioni già scritte. Prima si osserva, poi si interviene: a noi sembra semplicemente l’ordine giusto. Se ti va di saperne di più, qui trovi come prepararti all’incontro. E se intanto vuoi farti una prima idea da casa, qui sotto c’è un breve test.